Il presidente Donald Trump ha rilanciato una strategia aggressiva per abbassare i prezzi dei farmaci per i cittadini americani, puntando sul meccanismo del Most Favored Nations (MFN): in pratica, il prezzo di un farmaco negli Stati Uniti verrebbe allineato al livello più basso applicato nei principali Paesi avanzati. Una misura che, se applicata su larga scala, potrebbe incidere in modo decisamente significativo sui bilanci delle aziende farmaceutiche, ma perchè?
L’esposizione delle Big Pharma europee agli Stati Uniti
La dipendenza dal mercato americano varia sensibilmente da azienda ad azienda. Tra le 10 maggiori società biofarmaceutiche presenti nell’indice Stoxx 600 Health, ben cinque realizzano oltre la metà del proprio fatturato negli Stati Uniti: Roche, Novo Nordisk, GSK, Argenx e UCB.
Il caso più estremo è Argenx, che genera l’85% delle sue vendite proprio negli USA. All’estremo opposto troviamo Merck KGaA e Bayer, con circa il 30% dei ricavi provenienti dal mercato americano. Entrambe beneficiano di una forte diversificazione, che va oltre il core farmaceutico. Anche Roche, pur fortemente esposta agli USA, può contare su una solida divisione diagnostica.
AstraZeneca, oggi la maggiore società del FTSE 100 per capitalizzazione, ottiene il 42% delle sue vendite dagli Stati Uniti e punta ad aumentare ulteriormente questa quota. L’azienda ha fissato l’obiettivo di 80 miliardi di dollari di ricavi entro il 2030, rafforzando in modo deciso la propria presenza sul mercato americano. Nel report del terzo trimestre, il gruppo ha sottolineato come il potenziamento delle operazioni negli USA sia centrale per sostenere la crescita futura.

Accordi, pressioni e reshoring
La spinta della Casa Bianca verso una riduzione dei prezzi ha già portato numerose aziende, europee e americane, a negoziare accordi diretti con l’amministrazione Trump.
A maggio, il presidente ha firmato un ordine esecutivo che introduce formalmente il sistema MFN e ha inviato lettere a 17 grandi gruppi farmaceutici, sollecitando un allineamento dei prezzi statunitensi a quelli praticati all’estero.
Parallelamente, Trump ha intensificato la pressione sul fronte industriale, chiedendo il rientro della produzione negli Stati Uniti. Le aziende che non investiranno in impianti produttivi sul territorio americano rischiano dazi estremamente elevati, un ulteriore incentivo a scendere a compromessi con l’amministrazione.
Alcuni colossi come AstraZeneca e Novo Nordisk hanno già raggiunto accordi per ridurre il prezzo di alcuni farmaci negli Stati Uniti. Secondo diversi analisti, tuttavia, l’impatto economico di queste intese potrebbe essere più limitato del previsto, grazie a clausole e strutture che ne attenuano gli effetti sui margini.
Secondo Jefferies, l’accordo MFN di AstraZeneca sarebbe “meno penalizzante di quanto il mercato creda”, anche se potrebbe comportare una riduzione dell’accesso ai farmaci in Europa.
In arrivo nuovi accordi?
Secondo un’indiscrezione di Bloomberg, anche Roche e Novartis, le due maggiori aziende farmaceutiche europee per valore di mercato, sarebbero vicine a chiudere un accordo sui prezzi con l’amministrazione Trump, con un possibile annuncio già nei prossimi giorni.
Entrambe le società hanno confermato di sostenere l’obiettivo di rendere i farmaci più accessibili per i cittadini americani, pur senza confermare ufficialmente la firma imminente. Novartis ha dichiarato di essere attualmente “in dialogo con l’amministrazione”.

