Secondo quanto comunicato dalla società e confermato dalle principali agenzie internazionali, Poste ha lanciato un’offerta da circa 10,8 miliardi di euro per acquisire il restante capitale di Telecom Italia, con un prezzo pari a circa 0,635 euro per azione e un premio di poco superiore al 9% rispetto alle quotazioni precedenti all’annuncio.
Il confronto tra la privatizzazione del 1997 e l’operazione di oggi mostra chiaramente quanto sia cambiato il valore economico di Telecom Italia nel tempo. All’epoca lo Stato incassò circa 19.000 miliardi di lire, pari a circa 9,8 miliardi di euro, vendendo soltanto una parte della società.
Oggi, attraverso Poste Italiane, si prepara invece a spenderne circa 11 per riacquisire l’intero gruppo. Anche limitandosi a un confronto diretto, il saldo è già negativo per circa un miliardo di euro (inflazione esclusa). Ma il vero costo è molto più alto: la TIM di oggi vale molto meno della Telecom di allora, ha ceduto asset fondamentali come la rete e ha un peso industriale molto ridotto rispetto agli anni Novanta.
Per questo il bilancio reale non è una perdita limitata, ma la distruzione di decine di miliardi di valore nel corso degli ultimi trent’anni.
Questi numeri sono il punto di partenza per capire chi esce vincitore e chi invece resta con un saldo negativo.
I vincitori immediati
I primi a guadagnare sono senza dubbio gli azionisti attuali di TIM. L’offerta prevede un premio rispetto al prezzo di Borsa e, soprattutto, offre una via d’uscita certa a chi negli ultimi anni ha investito in una società che ha vissuto una delle fasi più difficili della sua storia.
Il fatto che il premio sia limitato, come sottolineato anche dagli analisti citati da Reuters, non cambia la sostanza: in un settore estremamente competitivo e con margini sotto pressione, ottenere un’uscita garantita a un prezzo superiore alle quotazioni recenti rappresenta comunque un vantaggio concreto per gli investitori istituzionali che hanno accumulato azioni a sconto negli ultimi anni.
In altre parole, chi ha comprato TIM quando il mercato la considerava un titolo in declino oggi riesce a monetizzare con un guadagno relativamente rapido e senza il rischio di ulteriori anni di ristrutturazione.

Il vero perdente
La vera questione però non è il prezzo di oggi, ma la storia che c’è dietro. Dopo la privatizzazione degli anni Novanta, Telecom Italia è stata al centro di operazioni finanziarie molto aggressive, caratterizzate da indebitamento elevato e continui cambi di controllo. Il risultato è che oggi il gruppo vale una frazione di quanto valeva all’epoca e ha già venduto alcuni degli asset più importanti per ridurre il debito, fra cui la rete fissa.
Questo significa che il confronto corretto non è semplicemente tra quanto lo Stato incassò allora e quanto paga oggi, ma tra il valore industriale della società prima della privatizzazione e quello attuale. In termini puramente economici, la ricchezza complessiva generata da Telecom Italia negli ultimi trent’anni è stata molto inferiore a quella che ci si sarebbe aspettati da un ex monopolista nazionale.
Lo Stato: tra strategia industriale e costo implicito
Lo Stato quindi non è un vincitore, ma può diventarlo nel lungo periodo. L’operazione viene giustificata anche con la necessità di rafforzare il controllo su infrastrutture considerate strategiche, come i data center e i servizi legati alla sicurezza informatica. È un approccio che negli ultimi anni è diventato comune in tutta Europa, dove i governi stanno cercando di ridurre la dipendenza da operatori stranieri e da grandi piattaforme tecnologiche.
Ma dal punto di vista strettamente finanziario, il ritorno non è garantito. Se il rilancio industriale funzionerà, lo Stato potrà ritrovarsi con un gruppo più forte e più integrato. Se invece TIM continuerà a crescere poco e a generare margini limitati, il rischio è che l’operazione venga ricordata come l’ennesimo caso in cui il settore pubblico torna a intervenire quando il valore è già stato in gran parte eroso.

